E alla fine c’è la vita – Davide Rossi. Recensione

E alla fine c’è la vita – Davide Rossi

 

Il libro segna l’entrata definitiva dell’autore nel mondo della narrativa ma non nel mondo dell’arte: dopo qualche racconto e dopo aver firmato (ci avvisa la quarta di copertina) diverse sceneggiature, questa è la sua prima prova importante in fatto di romanzi.

Ma la parola ‘romanzo’ è sbagliata in partenza: “E alla fine c’è la vita” più che un romanzo è un mix tra lavoro cinematografico da mettere su pellicola e copione teatrale.

Rossi, poi, elabora una vicenda che risulta corale solo all’apparenza: gli elementi che la compongono, pur interagendo tra loro, sembrano sfuggirsi; a un certo punto si accorgono di avere un obiettivo comune ma non appaiono troppo consapevoli di questo e non lo condividono, tanto sono presi da se stessi. All’inizio sembrano costruirsi una vita parallela alla “Vita”, realizzando però che la prima è sicuramente peggio della seconda, perché trattasi di una sorta di Nulla cosmico dove non è necessario pensare e mettersi in gioco più di tanto. Scorrendo le pagine, si scopre però che i ragazzi al centro della trama sembrano volersi ancorare, forse addirittura compiacersi, all’interno di questo mondo “altro” che li tiene lontano dal voler assumersi quel minimo di responsabilità che la vita impone. La “Vita Vera” è comunque pronta a chiedere il conto. Ma quanto conviene aderire a questa “Vita Vera”? Quali sacrifici è opportuno e doveroso fare? Questa è la domanda che lascia in sospeso il libro: la risposta tocca al lettore, al quale spetterà il compito di decifrare il particolare messaggio lanciato dal titolo del volume.

Questi post-adolescenti non vogliono maturare perché maturare è fatica. Così come è faticoso orientarsi nel quotidiano: alla luce di questa considerazione, è facile constatare che i protagonisti manchino di una spina dorsale che gli permetta di trovare la strada gusta per crescere adeguatamente. E questo disorientamento si realizza anche nella scrittura: c’è volontà da parte dell’autore di confondere il lettore battezzando i personaggi della storia con nomi molto somiglianti. Chi si addentra nella storia, quindi lo deve fare molto attentamente.

Seppure sia apprezzabile l’intento dello scrittore, la lettura ne risente un po’ disperdendo troppo l’unità dell’insieme.

 

Enrico Redaelli Radioblabla

Autore dell'articolo: La Redazione

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