“Glass” – Recensione in Anteprima. Al Cinema dal 17 Gennaio 2019

“Glass”

Recensione in Anteprima.

Al Cinema dal 17 Gennaio 2019

La carriera del regista M.Night Shyamalan è costellata di alti e bassi. Entrato in maniera prorompente ad Hollywood con “Il Sesto Senso” sfortunatamente non è sempre riuscito a mantenere alti i suoi standard con pellicole non sempre riuscite e apprezzate. Non tutti hanno notato che, tranne nel film “L’Ultimo Dominatore dell’Aria” il suo stile narrativo, i twist finali, il voler raccontare qualcos’altro tramite la paura e la tensione è sempre rimasto simile e coerente a se stesso. Sono forse le trame, i personaggi e l’essersi fatto prendere la mano in un paio di occasioni che hanno creato questa rottura con il pubblico e la critica. Dopo una serie di insuccessi, nel 2015 incontra il produttore Jason Blum e insieme realizzano “The Visit” un piccolo film dal budget ridotto e che riporta il regista indiano a lavorare di sottrazione sotto molti aspetti e il pubblico ha risposto molto bene. E’ la volta di “Split” che alza leggermente la posta in gioco dove è presente sempre il suo filone stilistico nelle intenzioni e nel profondo ma lo è meno a livello estetico e di regia. Il collegamento finale con uno dei suoi film precedenti è stato fulminante e funzionale, davvero il perfetto twist finale che ha lasciato tutti spiazzati e vogliosi di vedere come la storia andrà avanti.

Eccoci nel 2019 con il film “Glass” e il ritorno di Bruce Willis nei panni di David Dunn, Samuel L.Jackson che torna ad essere “l’uomo di vetro” e Jams McAvoy che riprende il (duplice) ruolo presente in “Split”. I tre personaggi vengono presi e portati un un ospedale psichiatrico dove la Dott.ssa Staple (Sarah Paulson) cercherà di far capire a tutti loro che si immaginano i loro poteri e che in realtà tutto è spiegabile in maniera logica. Nel mentre tra i tre “pazienti” si instaura un rapporto pericolo.   

Il film offre risposte e porta ordinatamente la trilogia a una chiusura di successo ma certo il percorso narrativo creato dal regista è pieno di pericoli e non parlo solo di quello che succede ai personaggi. Lo stile registico che lo caratterizzava qui è stato molto domato e privo di esprimersi liberamente. Esigenze di pubblico e una maggior fluidità di sceneggiatura servono per poter essere meglio accettato dal grande pubblico che ama una regia più ordinata e pulita ma lo stile inconfondibile del regista  viene fuori in maniera differente; nell’evitare di creare il tutto in un arco ordinato e lineare e continuando a saltare da temi e toni lungo tutto il racconto. Ammetto che è un dispiacere personale vedere un modo di raccontare un suo film in maniera meno riflessiva e lenta con una regia meno particolare ma capisco che sarebbe stato forse troppo chiedere al pubblico di seguirlo nei suoi virtuosismi e rallentamenti vari. Oltre ai vari momenti di azione e di tensione (la colonna sonora è volutamente disturbante in alcuni particolari frangenti) il film racconta di tre personaggi che avanzano ognuno con le sue particolari stilistiche, cromatiche ed espressive mentre si impronta il discorso sul fatto che sia vero oppure no che esistono i supereroi. L’approccio psichiatrico alla materia è sicuramente la parte più riuscita del film che lascia il giusto spazio “all’uomo di vetro” che  in atto il suo piano per avvicinare la Bestia, una delle tante personalità Kevin Crump per contrastare l’eroe David Dunn.

Il film è talmente pieno di significati che possono venire fuori ad una seconda (o terza?) visione in modo da renderlo uno di quelli da vedere e rivedere più e più volte. Potete apprezzarlo come una sorta di rivalsa dei cattivi se siete tra quelli che vogliono che il male trionfi al cinema, potete anche vederlo come un classico film che parla di supereroi che poi di classico ha ben poco visto che non vi sono esplosioni, non ci sono gesta eroiche particolari e gli attori in scena sono pochissimi e il budget produttivo volutamente ridotto. Ci sono rapporti tra padri e figli (torna il figlio di David Dunn e la madre di Mr.Glass) o di una sorta di “sindrome di Stoccolma” tra Casey (Ana Taylor-Joy) e il suo rapitore Kevin Crumb cercando di salvarlo da tutte le altre personalità e molto altro. 

I colpi di scena non mancano e il film intrattiene lungo tutto il suo percorso senza problemi riuscendo a bilanciare bene tra momenti di pura azione e attimi da thriller, discorsi più profondi e multi stratificati e rivelazioni e se sul finire del film c’è una rivelazione molto importante il regista ne piazza altre due proprio nel finale che vi lasceranno senza fiato per una degna conclusione di tutto.

 

Andrea Arcuri Radioblabla

Autore dell'articolo: La Redazione

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