Più forte che posso – Giambattista Anastasio. Recensione

Più forte che posso – Giambattista Anastasio

Recensione

 

Non è facile recensire una raccolta di componimenti. Anche perché la poesia ha un fascino imprevedibile: il poeta scrive una cosa sforzandosi di scegliere le parole più adatte per esprimere i suoi stati d’animo, ma alla fine chi legge interpreta quelle parole secondo il proprio vissuto e non secondo quello di chi ha scritto, a volte fraintendendo, a volte dando maggior lustro all’opera. Alcuni autori accettano di buon grado questa sorta di ambivalenza. Ad altri invece dà parecchio fastidio, e per questo motivo vanno in crisi.

Nel caso di “Più forte che posso” mi sono fatto un mio percorso personale. Ho gradito molto il fatto che molte delle liriche fossero particolarmente brevi: le ho sentite di più alla mia portata e facilmente adattabili al mio microuniverso. Anche la scelta di creare versi e strofe di lunghezza e grandezza diverse dà alla lettura un ampio respiro che la successione di endecasillabi e settenari non garantirebbe. E poi, la metrica classica non risulta troppo datata, o troppo lontana dal pubblico? (Bè, questo dipende dall’intento che a monte si prefissa ciascun poeta…)

La silloge è caratterizzata da una singolare alternanza di registri. Di solito si pensa che la #poesia debba per forza svettare su picchi ed altezze fuori dal comune perché fa parte della sua natura essere ricercata. La compresenza e la commistione di vocaboli raffinati e ricercati con termini molto più quotidiani fa di “Più forte che posso” un’opera sicuramente raggiungibile e assimilabile alla nostra personale esperienza: questo crea un clima empatico, complice e coinvolgente.

Ma non è solo questo. C’è da parte dello scrittore il voler rendere una sorta di tributo/ringraziamento a questa nobile arte del comporre con un manifesto programmatico (“Parola mia”) dove si mette particolarmente in rilievo il momento in cui ci si mette davanti al foglio bianco per immortalare una determinata sensazione. Nella sezione [Approdi], il sentore è quello di una ricerca di se stessi, di una ricostruzione interiore nella quale è possibile immedesimarsi facilmente.

Ma se in [Approdi] è facile ravvisare che il poeta parli con se stesso, in altre parti questo interlocutore è qualcun altro: lascio al lettore la possibilità di individuare l’identità di questa specie di personaggio. Perché la poesia, per (r)esistere, deve ricevere un contributo anche da chi la fruisce.

E non mi importa se le mie interpretazioni, le mie riflessioni risultino lontane da quello che aveva pensato l’autore: la poesia prevede anche questo.

 

Enrico Redaelli Radioblabla

Autore dell'articolo: La Redazione

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