Trenta denari – Paolo Vitaliano Pizzato. Recensione

Trenta denari

Paolo Vitaliano Pizzato

Recensione

 

Anatomia di una tensione. Un’anatomia costruita con un gioco simmetrico di alternanza tra presente e flash-back. Un presente rappresentato da una notte insonne così ferma che porta il protagonista a vivere una progressiva ansia.

Il protagonista, appunto. Alberto è un padre di famiglia felicemente sposato: cos’è che lo turba così profondamente da scandire minuto per minuto una notte appiccicosa e monotona? Tutto nasce dal fatto che nella giornata successiva incontrerà un fantasma del tempo che fu. Nell’andirivieni tra passato e cronaca dell’insonnia, si coglie molto bene come Alberto sia affascinato dall’idea di questo appuntamento e dall’altro come sia combattuto perché il suo vissuto attuale dovrebbe consigliargli di fuggire dallo spolverare certi scheletri presenti nell’armadio della sua memoria.

Però, si sa, l’uomo (nel senso di essere maschile) fa fatica a prendere decisioni pratiche: preferisce crogiolarsi nelle inutili dicotomie dal sapore dolceamaro.

Pizzato è scrittore che apprezza i libri da intenditore (non per niente cura un blog espressamente dedicato a consigli letterari). Non fa mistero di questa sua passione, trasferendo in Alberto parte di se stesso descrivendo il suo rapporto con la narrativa: oltre ad un certo corpus di titoli, è interessante vedere come Alberto (Pizzato?) si ponga di fronte ai libri: vanno letti nella loro interezza senza tralasciare alcun dettaglio, men che meno, se annoiano, bisogna disfarsene.

Forse sulla trama ho detto abbastanza. Forse è proprio il titolo a fare da spoiler: cosa viene subito in mente appena si sente l’espressione “Trenta denari”? Non è difficile, vero?

Fin qui sembrerebbe che tutto “quagli”, invece…

E’ lo stile, la scrittura decisamente ampollosa che purtroppo non fa godere appieno di questo intreccio. Il romanzo consta di poco più di cento pagine: ma non sono pagine che attirano, che invogliano ad addentrarsi di più all’interno della vicenda. Piuttosto la sensazione sembrerebbe quella di allontanare e non di avvicinare. A proposito di opere che ‘rimbalzano’, ho in mente “Oceano mare” di Baricco e “L’uomo duplicato” di Saramago, altri tipi di romanzo rispetto a questo: entrambi non erano facili, tuttavia la difficoltà ad entrare nelle pagine sembrava una specie di ingrediente progettato a monte dai due autori. Qui non mi pare di ravvisare lo stesso tipo di intento: se la vicenda può creare un minimo di empatia o di immedesimazione, non lo fa di certo il periodare.

Le descrizioni, spesso, sono fin troppo minuziose, da sembrare quasi esercizi di stile nei quali l’autore voglia dimostrare la sua bravura. Perché comunque va detto: Pizzato ha davvero cura nell’elaborazione della frase, una cura che oserei definire parnassiana. Ma questo tipo di scrittura sembra appartenere ad un altro secolo.

Magari a qualcuno piace così: a me, invece, ha convinto poco…

Enrico Redaelli Radioblabla

Autore dell'articolo: La Redazione

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