Filologia dell’anfibio – Michele Mari. Recensione

Filologia dell’anfibio

Michele Mari.

Recensione

 

Sembra quasi fatto apposta: dopo essere stato citato in una mia recensione recente, l’autore torna sulle scene editoriali con una nuova opera. E non delude affatto.

Più che un romanzo, “Filologia dell’anfibio” è una sorta di resoconto/diario di viaggio dell’autore in merito alla sua esperienza concernente il servizio militare (più precisamente al periodo del C.A.R.). Parlare di leva obbligatoria, nonostante la sua abolizione risalga a tempi relativamente vicini a noi, suona come il voler riportare a galla qualcosa di vecchio, risalente ad un passato sepolto sotto coltri di polvere.

Mari sembra voler giocare sulla dicotomia antico/moderno elaborando un testo in cui il linguaggio, con la sua ricercatezza e con il suo essere di registro elevato, diventa protagonista quasi più dei personaggi man mano descritti. La voce narrante (che è lo stesso Mari) conferma in qualche modo tutto questo perché si descrive come accanito lettore di classici antichi della letteratura italiana come Boiardo (autore un po’ meno diffuso rispetto ai suoi coevi Ariosto, Machiavelli e Poliziano). Questo aspetto di sicuro sta alla base delle scelte lessicali. Per quanto i fatti narrati siano riconducibili alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, si ha l’impressione di leggere qualcosa che appartenga ad un tempo ancora più remoto. Al di là dei latinismi e dei preziosismi linguistici presenti nel corso delle pagine, “Filologia” è sicuramente consigliabile alle nuove generazioni per capire cosa fosse la “naja” a quei tempi e quali fossero i rituali (leciti e meno leciti) della quotidianità di caserma.

Per chi avesse vissuto in prima persona quei tempi, il libro è oggetto che veicola alla mente i ricordi legati all’essere “marmittone”. E quando parlo di ricordi, non parlo necessariamente di qualcosa di positivo. Lo stesso Mari sorvola, consapevole, su tutti i misfatti relativi al nonnismo: non li nega, ma li cita tangenzialmente solo per dire che non fanno parte degli scopi della sua opera.

Un ultimo dettaglio, che rende ancora più consistente la componente ironica che pervade tutta la trama, riguarda le vignette aggiunte dallo scrittore nel corso del suo racconto: sono disegni volutamente abbozzati e ‘caserecci’, rudi nel tratto, ma comunque esplicativi del discorso che viene affrontato in quel frangente.

In conclusione, Mari si conferma autore godibile, anche se forse l’estrema raffinatezza di cui ho parlato sopra, alla fine diventa un po’ stucchevole se non esagerata. Comunque rimane un titolo da leggere.

Enrico Redaelli Blabla news

Autore dell'articolo: La Redazione

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