Che fine ha fatto Bernadette ? – Recensione in anteprima – Al cinema dal 12 dicembre 2019

Che fine ha fatto Bernadette?

Recensione in anteprima 

Al cinema dal 12 dicembre 2019

 

Esci dal cinema e pensi: “Ma che cos’è Cate Blanchett?”. Un’attrice senza limiti di bravura, una specie di anima nera di Meryl Streep. Ma se quest’ultima è una perfezionista conclamata (a cui bisogna togliere ripetutamente il cappello), a Blanchett il perfezionismo non basta: ci vuole anche il torbido, l’indagine nel profondo dell’animo umano, nella nevrosi e nella depressione. Perché all’autrice australiana piacciono le sfide (non so quanti abbiano in mente il film “Manifesto” dove interpreta ben 12 ruoli diversi, ovviamente in modo impeccabile) e le donne che porta sullo schermo non sono mai prevedibili.

Sembra quasi che sia specializzata in queste parti anche se, a differenza di certe attrici italiane che rendono allo stesso modo il modello nevrotico-depressivo, Blanchett personalizza sempre la ‘devianza’ del suo personaggio creando una galleria notevole di icone femminili moderne.

Un po’ più a freddo, ti domandi se il film poteva arrivare ai medesimi esiti affidando ad un’altra attrice questo ruolo. Probabilmente il risultato sarebbe stato di qualità: tuttavia senza l’artiglio di Blanchett forse poteva risentirne il film nel suo complesso. Se poi capitasse di fruire la versione originale (ho avuto questa fortuna), si apprezzerebbe ancora di più la bravura della protagonista, capace di diversificare ampiamente registri e toni vocali della propria recitazione.

Venendo più propriamente al film, tratto da un libro del 2012 (che, mea culpa, ignoravo), bisogna subito dire che Linklater, regista non mainstream noto ai più assidui per il film sperimentale “Boyhood”, si trova già stimolato nella redazione della sceneggiatura, perché il testo nasce come romanzo epistolare. Si decide perciò non tanto di rispettare la struttura originaria dell’opera, quanto di riportare sulla pellicola il cuore della storia creata dall’intrecciarsi di quei personaggi.

La trama vede quindi gli attori muoversi sullo sfondo di un quartiere medio-alto di Seattle dove Bernadette (Blanchett) è un architetto leggendario che ha smesso di creare e lavorare. Come donna, non fa nulla per celare i suoi modi scostanti e sarcastici (al limite del misantropico) verso questo microuniverso di altre donne piene di stereotipi e facciate, che tra l’altro la ricambia con la stessa moneta. I rapporti familiari sembrano essere meno tortuosi ma anche nel nido casalingo si annidano le insidie. Il film presenta anche un sentore di psicanalisi abbastanza riuscito e fornisce anche alcune risposte che nel nostro quotidiano potrebbero essere condivise.

Il cast è completato da Billy Cudrup, marito di Bernadette nella vicenda, costretto a fare i conti con i continui sbalzi d’umore della moglie. C’è poi da sottolineare la buona prova della giovane Emma Nelson, figlia di Cudrup e Blanchett nella storia, adolescente a tratti determinata e a tratti insicura in perenne ricerca di una serenità interiore così come di un approdo familiare sicuro.

Per concludere vorrei soffermarmi sul dettaglio estetico della fotografia che, senza essere fine a se stessa, contrappunta piacevolmente alcuni passaggi della pellicola.

Enrico Redaelli Blabla news

Autore dell'articolo: La Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *